Slow Wave Sleep e la leggenda tratta da “L’ultimo Uomo”

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Artista eclettico. Slow Wave Sleep si muove velocemente dalla musica elettronica a quella analogica con una padronanza indiscutibile. Tantissime ore di produzione alle spalle. Una leggenda, messa in musica. Una storia che cavalca il futuro e il presente. Questo è Slow Wave Sleep e il suo prossimo disco “L’ultimo Uomo”.

Ciao Emilio. Raccontaci prima di tutto la tua storia. Hai viaggiato moltissimo per l’Europa.

Negli ultimi 3 anni ho allargato notevolmente il raggio d’azione infatti. Il 20 Settembre del 2014 è stato il punto di snodo. Mi trovavo a Milano per una data tributo a Mia Martini al Teatro del Verme in veste chitarrista della band di supporto quando ricevetti due comunicazioni importanti. La prima, istituzionale, con la proposta un lavoro di 6 mesi a Parigi come assistente ai compositori Jacopo Baboni-Schilingi e Michele
Tadini, partenza ovviamente immediata dopo tre giorni. La seconda segnò un futuro non
troppo lontano dato che la telefonata di Maurizio (Del Piccolo) di Moviedel fu decisiva per la
partenza a Berlino esattamente un anno dopo, quando mi commissionò il suo ultimo film. Non
ero mai stato all’estero, ma erano anni che covavo di andare, del tipo che subito dopo la
laurea ho provato a tutti i costi di trasferirmi a Shanghai, invano. In Francia ho fatto un po’ la
vita del criceto, anche perché non parlando francese c’erano notevoli barriere linguistiche ed
ero troppo svampito ed emotivo per saper gestire la situazione. Passavo il tempo libero a
passeggiare a caso, andare all’Opera, ai concerti d’organo di Nôtre-Dame (in cima ad ogni
lista), ad un cinema indipendente nei pressi di Bastille, ai concerti in Rue de la Huchette e al
59 di Rue Rivoli ma non ho saputo stringere legami. Non sono mai stato al Louvre e non sono
mai salito sulla Tour Eiffel.
A Berlino la situazione è stata molto diversa. Avevo un lavoro flessibile, un flusso di stimoli
costante a tratti ingestibile e la possibilità di stare a contatto quotidianamente con persone
provenienti da ogni parte del mondo. Era come viaggiare muovendosi a piedi. Parlando con
chi viene dagli USA, noti che l’accento inglese migliora di riflesso e che non stanno mai zitti,
sono sempre iper-positivi e adrenalinici, enfatizzano tutto troppo e troppo bene. I nati in
Giappone al contrario sono molto empatici ed hanno una concezione di rispetto diversa dalla
nostra, si tengono sempre a distanza e non sono mai invadenti. I nati in Germania invece,
essendo quadrati non capiscono i doppi sensi, proprio non c’arrivano, ma possono essere
estremamente sinceri e diretti. Stereotipi a parte, la forma mentis è comunque diversa e si
nota, elemento fondamentale per migliorare. É dal confronto che ci si arricchisce, e a mio
malgrado devo ammettere che la città ha una tendenza all’appiattimento, ma sarà solo una
mia sensazione.
Durante questo periodo, ho avuto anche la fortuna di viaggiare per lavoro a Praga, Barcellona
e in buona parte della Germania, sono stato in cazzeggio in Svezia (dove vive un mio caro
amico che probabilmente farà un featuring nel prossimo disco), Finlandia, Estonia (spaziale)
e sono stato tastierista degli Spookshow Inc., gruppo con base a Vilnius, in Lituania. Mi
spostavo lì ogni due-tre mesi per scrivere e registrare fino e ricordo ogni singolo momento
passato insieme a quei pazzi scatenati.

La tua è una musica meticcia. Ricca di suoni analogici e digitali. Ci racconti il rapporto fra te e la musica elettronica.

É un rapporto sessuale promiscuo con interesse puramente carnale ed auto-celebrativo.
Apprezzo l’impatto emotivo e l’effetto magico che può creare un bel suono nitido o rugoso che
muta e si trasforma in continuazione ma è solo la punta dell’iceberg di un processo di
legittimazione dell’idea che parte da uno stadio più profondo della mia testolina e che a volte neanche io riesco a controllare. Questo progetto è nato da una forza maggiore di un
burattinaio ancora mai incontrato che mi toglie ore di sonno e libertà di azione. L’Ultimo Uomo
è il sesto disco in tre anni in cui finalmente riesco a raccapezzarci qualcosa, ma ancora non
ho ben chiaro il suo posto nel mondo perché nasce anch’esso da un’esperienza sensoriale
particolare. Il tessuto sonoro nasce da un’operazione simile ad una catena di montaggio, da
bambino ero malato di Lego e Meccano. Il mio oscillatore interno è la volontà, che poi subisce
vari processi di filtraggio fino a finire nella griglia del sequencer. Ogni nota, suono o pausa è
come un mattone e sta lì, come una persona che ha i suoi tratti distintivi e non può cambiarli,
non puoi chiedergli, ad esempio, di avere 8 dita invece che 10. Ti risponderebbe male. Una
sorta di leviatano, questa è la sensazione che ho di ogni disco. Non sono un sound designer,
o almeno, ho dovuto studiarlo per necessità, ma è tutto subordinato all’idea che nutre una
sensazione che nutre la melodia. In fondo, scrivo canzoni e il tutto fa da contorno a melodia e
testo. É una ricerca infinita della donna da sposare.

Slow Wave Sleep

Slow Wave Sleep

Il tuo background musicale però è di diversa radice, vero?

Yes, per curiosità e completezza ho cercato essere aperto a tutto in termini di strumenti e
ascolti. Da neonato, l’unico modo per farmi mangiare era mettere a nastro sigle dei cartoni
animati. A 9 anni ho fatto tre anni di pianoforte ed abbandonarlo è stato un grosso rimpianto,
col senno di poi. Alle medie mi sono iscritto ad una scuola pomeridiana per imparare a
rockeggiare con la chitarra ma mi hanno messo a fare flauto dolce. Mi divertivo comunque, ed
il maestro mi motivava in continuazione. Dopo un po’ sclerai e smisi, per comprare una
chitarra elettrica a 14 anni e fondare un trio punk rock in cui cantavo. Le prime prove erano
ovviamente a casa del batterista e non avevamo un microfono, ero costretto ad urlare come
un dannato per farmi sentire. Eravamo il gruppo che nessuno voleva far suonare o sentire
perché troppo casinari per i piccoli paesini della Basilicata. Nessuno aveva internet o usava il
telefono ma trovavo comunque il modo per informarmi su quello che mi piaceva grazie ad un
cugino più grande punkettone che studiava a Roma, e una rivista mensile con CD che
consumavo. Da lì ho sviluppato contatti con etichette punk/hardcore italiane da cui ordinavo
spesso nuove cose.
Mi sono iscritto al DAMS musica di Bologna, dove ho iniziato ad amare la musica classica e
ad avere un’infarinatura generale fino alla Dodecafonia del primo Novecento. Parallelamente
ho studiato chitarra elettrica in un’accademia privata con, tra gli altri, Giacomo Castellano,
Angie Passarella, Massimo Varini, Alberto Bergonzoni, Aldo Betto, ecc…seguendo
masterclass spaziali di tizi strani del calibro di Carl Verheyen, Stu Hamm, Kiko Loureiro,
Marty Friedman, Paul Gilbert, Dom Famularo, ecc…sono riuscito ad entrare non dalla porta di
servizio. Dal 2008 al 2013 suonavo negli Shinigami Squad, band dedita alle sigle originali
degli anime giapponesi, e giravamo tantissimo! Mi sono troppo divertito con loro. Dal 2009
sono chitarrista dei RELIC, band mutant death metal che non ho mai tradito e non so se lo
farò mai. Non ho mai avuto una cultura e neanche sensibilità verso il suono. Ero il classico
chitarrista che collegava il jack dovunque ed alzava tutto a palla. Dal 2013 ho comprato una
tastiera midi per aggiungere la componente elettronica agli Shinigami Squad ma dopo un pò
ci siamo sciolti ed eccomi qua! Nel 2014 ho studiato musica da film con Daniele Furlati e
Marco Biscarini ed è stata la mia principale fonte di sostentamento per i due anni successivi,
fino a My Little Sister film horror della Moviedel citata in precedenza. Per riassumere, mi
sento a mio agio a scrivere musica di ogni tipo con una chitarra in mano.

L’Ultimo Uomo sarà disponibile in versione CD Version e in Digital Download e Streaming su tutte le principali piattaforme online.

“L’ultimo Uomo” è un concept album?

É una storia distopica sugli effetti negativi del progresso tecnologico fine a se stesso, tra cui
la solitudine. Ambientata nel 2047, immaginando che l’uomo abbia già colonizzato tre pianeti
e abbia perfezionato una tecnologia d’intelligenza artificiale impiantata nel cervello.
Quest’anno Magic Leap uscirà allo scoperto ed Elon Musk ha tra gli obiettivi rendere lo spazio
abitabile. L’andazzo è quello. Tra l’altro, proprio oggi (20 dicembre 2017) la Nasa annuncerà i
finalisti scelti per una missione esplorativa del Sistema Solare come proseguimento di una
missione volta a esplorare nuove forme di vita. Oggi, in modo velato, è palese la spinta
individualista. Ognuno di noi è più impegnato a promuovere se stesso che ad ascoltare gli
altri e, soprattutto chi guarda l’innovazione con sguardo teologico, vive in un luogo etereo
fuori dalla storia. Il concept è tragico e provocatorio, ma è tratto da una storia ispirata da
quello provato sulla mia pelle in questi 3 anni di vagabondaggio.
I testi sono stati scritti in modo curioso: ogni mattina puntavo la sveglia tre ore prima
dell’alzata ufficiale e mi riaddormentavo, per poter ricordare le ultime ore di sonno profondo.
Ogni verso e storia è tratto da sogni fatti nel periodo tra Gennaio e Marzo 2017, ed è stato
molto utile anche a livello personale. Il lavoro non andava a gonfie vele e vivevo in una
costante situazione di apatia, per cui tutto ciò mi ha aiutato a prendere delle decisioni
importanti e ad avere mente lucida.
Hai vissuto per diverso tempo nella città di Berlino. Ed ora a Bologna. Quanto queste
città ti hanno dato per il tuo essere artista?
Le città in cui vivo ed opero sono una vetrina per quanto mi riguarda. L’essere artista ha a
che fare con una certa sensibilità che si sviluppa in silenzio, lontano da tutto e tutti.
Dopodiché in città ci si cala a fondo in storie e piccoli gesti che altresì non avrei potuto
cogliere, è una questione di equilibrio personale. Vivere in città è anche necessario per fare
network e tenersi aggiornati su ciò che sta avvenendo, cosa che internet non ha ancora
sostituito in pieno.
L’essere artista è alimentato dalla natura, in particolar modo i boschi nativi che mi hanno
cresciuto e di cui conosco ogni albero. In città è più un mestiere.
Berlino schiaccia, annienta, tira fuori il lato animalesco e tenace del carattere senza neanche
fartene accorgere. Un’esperienza che consiglierei a tutti, è forse più importante anche della
scuola. Artisticamente però mi ha prosciugato. Bologna ha più un valore affettivo, oltre ad
essere una città molto calda e produttiva, un buon equilibrio in Italia. É stata la culla del punk
italiano fine anni ‘70, delle prime radio indipendenti, dell’hip-hop e di tutti i movimenti di
resistenza in generale. É una candela che non potrà mai spegnersi del tutto.
La copertina: il tema principale è un quadro. Ci racconti qualcosa di più!?
É un dipinto di mio nonno, il preferito di mio fratello, attualmente le uniche due persone che
riescono a capirmi. I legami di sangue sono importanti, motivo per cui non si è mai veramente
soli. Una provocazione alla provocazione! Ero troppo affezionato a mio nonno, purtroppo è
venuto a mancare il 17 Ottobre di quest’anno ed ho fatto giusto a tempo a dargli un ultimo
saluto. Quando lo abbiamo accompagnato in ospedale nel letto da cui non si è più alzato, è stato lui a farmi capire che c’era più bisogno qui che lì di me, e che stavo vivendo male. Ho
preso il primo aereo per Berlino e ho chiuso tutto quello che c’era da chiudere. Ho fatto anche
in tempo a fare una data coi RELIC e, casualità, a stargli vicino nei suoi ultimi due giorni di
vita. So che se n’è andato contento che eravamo tutti lì, sono stato troppo felice di esserci
riuscito. Lui è stato un grande uomo che ha dedicato la vita a rappresentare la forza della
sofferenza, l’orgoglio di rialzarsi col sorriso nonostante tutto e l’ha fatto fino alla fine.
Lavorando come imbianchino tra le due guerre, è riuscito a studiare camminando per 20 km
dopo il lavoro per andare allo studio del maestro, e fingendosi prete per accedere
all’istruzione dei seminari, unico modo di allora per andare oltre al saper leggere e scrivere.
Ha lasciato una reputazione internazionale e un vuoto incolmabile in molte persone.
Immagino che l’ultimo uomo si comporterebbe esattamente come lui.

A te i saluti finali

Chiudo con un caro abbraccio a tutti gli scagnozzi della famiglia Coackroach che hanno
scommesso su questo progetto e si sono rivelati dei veri amici, oltre a darmi un solido
sostegno. Le allegre combriccole Black Sgamos e Fuckin’, che anche se sparse per l’Italia e
nella vecchiaia andante so che continuano ad affrontare la sfiga a testa alta. Chiederò a
Babbo Natale di farci incontrare tutti almeno una volta nel 2018.
E tu che leggi, per piacere, ricorda che le parole degli altri sono importanti!!!

Immagine / Fotografia di Morgana Photo – Grafica disco a cura di Nella Gabbia del Merlo